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Regali, capricci e un Palco alla Scala

02-02-2017 01:43

Tutto è cominciato quando ho cazziato mia madre per non avermi fatto il regalo di Natale.
E’ venuta qui a Milano come tutti gli anni per passare il Natale con sua sorella e la sottoscritta, l’ho poi rivista il 26 e il 27 e poi l’ho riaccompagnata alla stazione il 28, ma di regali neanche l’ombra.
Vabbè mi sono detta, pazienza, non è tanto importante, non ci avrà pensato, succede, mentre la parte undicenne di me si strappava i capelli a ciuffi.
Poi, il 6 Gennaio, mi chiama per pavoneggiarsi delle meravigliose calze della Befana che ha confezionato per mio fratello e la sua fidanzata (mia madre è abilissima nel fare cose con le mani, quando ero piccola creava divani in Alkantara ergonomici per le Barbie e casette di biscotti a 3 piani con il ponte levatoio che avrebbero fatto impallidire la strega di Hansel e Gretel!) e a quel punto alla undicenne dentro di me è partito l’embolo.
“BENISSIMO! ALLORA HAI FATTO IL REGALO A TUTTI TRANNE CHE A ME! EH?” mi sono sentita esclamare con la voce di Iriza Legan.
Silenzio stizzito dall’altra parte: mia madre quando viene punta sul vivo, attacca.
“Ma tanto a te non si sa mai cosa fare!”
“Beh, non ci hai nemmeno provato!”
“Ti ho portato l’ olio!”
“L’olio è del tuo ragazzo tu non c’entri!” (adoro chiamare il suo compagno settantenne “il tuo ragazzo” la fa sembrare una Milf col Toyboy!).
“Mmm, vabbè ma tanto tu hai i gusti complicati!”
E qui me la gioco proprio sporca: “Mi sarebbe bastato un biglietto…(e poi con voce rotta) o un fiore…”
Quella del fiore era da Actor Studio!
Mia madre non si commuove nemmeno quando sparano alla mamma di Bamby, e prossima al riattaccare dice : “Va bene” col tono di una che ha incassato.
Segno mentalmente l’ uno a zero e dall’alto della mia magnanimità lascio cadere un: “Non è un problema figurati, però ci sono rimasta male e te lo volevo dire”
E segno Match Point alla Federer.
Passa una settimana e mi chiama per dirmi: “Senti scegli una data fra mercoledì 1 e sabato 4 Febbraio”
“Sabato sono a Napoli, quindi Mercoledì 1 perché cosa c’è?”
“Visto che non sei mai stata alla Scala ti ho preso un biglietto per il Don Carlo!”
No vabbè si aggiudica il Tie Break.
Non. Ho. Parole.
Non volevo altro, non desideravo altro, amo i teatri e amo la Scala e non ci ero mai andata e non ho mai visto l’Opera ed esulto, strepito, faccio capriole di gioia.
Pure lei si dev’essere stupita di tanto entusiasmo.
Per cui stasera tutta vestita bene mi sono recata alla Scala a vedere il Don Carlo, senza essermi minimamente informata esattamente come faccio prima di andare al cinema perché mi piacciono le sorprese, (meritandomi di cacciarmi in situazioni drammatiche e senza via d’uscita come quella per il film Passengers!).
Ed essendo io in anticipo, solo per curiosità, vado a leggere la durata dello spettacolo, dato che l’ inizio è insolitamente di buon'ora, alle 18.30.
Ma quando vedo scritto “durata 5 ore” mi viene un colpo apoplettico.
“No vabbè c’è sicuramente un errore, dai 5 ore è un part time, avranno sbagliato!”
No. No Fede hai letto benissimo: CINQUE ORE.
E’ ufficiale, mia madre mi odia!
Ora, io fra i tanti miei difetti ho questa forma di irrequietezza che mi porto dietro da sempre; un deficit dell’attenzione che mi si attiva dopo 45 minuti suonati, momento in cui se sono al cinema, mi viene la tentazione di alzarmi e andarmene anche se il film l’ho scritto io.
Mi viene quindi una risata isterica.
Ormai sono nel Foyer, c’è un posto a nome mio, bisogna mi faccia coraggio, così imparo a rompere i coglioni e non accontentarmi degli auguri ,penso, mentre la maschera mi accompagna al mio palchetto.
E li qualcosa mi scatta dentro. Un istinto di possesso.
Ci sono 4 posti, ma decido che il palchetto deve essere solo mio e sto pensando già di arredarlo con dei fiori, un bollitore e delle tisane.
Ci sta anche un piccolo frigo.
E immagino già il mio nome fuori, una bella targa dorata, ma sobria.
Poi mi accomodo sulla mia sedia di velluto bordeaux, mi guardo intorno, con un inizio di Sindrome di Stendhal e mi dico “Porca miseria sono alla Scala!”.
E comincio a desiderare che non venga nessuno nel MIO palchetto, pensando che forse, fra un atto e un altro, posso cambiare la serratura.
E se mi viene fame magari mi faccio recapitare una Margherita col Pronto Pizza.
Fra l’altro sono in posizione strategica sopra l’orchestra, e vicinissima al palco da cui vedo benissimo tutti i musicisti e il fantastico direttore d’ orchestra giapponese Myung-Whun Chung che ho deciso di soprannominare Wu Ming data la mia inesistente memoria per i nomi.
Beh ragazzi, non me ne faccio ancora una ragione, ma quelle 5 ore mi sono volate. 
Mi sono appassionata, mi sono commossa, mi sono immedesimata in quella fregna moscia di Elisabetta e ho sperato fino alla fine che il mitico Rodrigo non perisse per mano di un archibugio nell’intento di salvare il suo amico Carlo (che secondo me gli piaceva!)
Ma niente, una tragedia, muoiono tutti.
Ebbene d’ora in poi non me ne perderò uno, voglio invecchiare nel mio palchetto, ed essere salutata per nome dalla maschera e commentare gli adattamenti precedenti con gli altri abbonati storici dicendo che era sempre meglio quella dell’ anno prima.
E tutto questo per dire pubblicamente un: Grazie mamma Irma! Mi hai fatto il più bel regalo di Natale della mia vita!